La svoltina anti giustizialista del Pd

E’ arrivato buon ultimo ma è arrivato. E solo questo conta. Nel silenzio assenso che marca la sua campagna elettorale, Bersani ha fatto una svoltina che è una mezza rivoluzione: ha relegato il giustizialismo fra gli arnesi arrugginiti, spuntati, lo ha assimilato addirittura al populismo che nella sua vulgata è male assoluto e origine di ogni male. La confraternita dei raddrizzatori del legno storto dell’umanità ha perso dunque la sponda più importante.
17 AGO 20
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E’ arrivato buon ultimo ma è arrivato. E solo questo conta. Nel silenzio assenso che marca la sua campagna elettorale, Bersani ha fatto una svoltina che è una mezza rivoluzione: ha relegato il giustizialismo fra gli arnesi arrugginiti, spuntati, lo ha assimilato addirittura al populismo che nella sua vulgata è male assoluto e origine di ogni male. La confraternita dei raddrizzatori del legno storto dell’umanità ha perso dunque la sponda più importante. Qualche giorno fa la Corte costituzionale ha spazzato via ogni possibile ambiguità, difeso l’operato di Giorgio Napolitano e sottolineato il comportamento “omissivo” della procura di Palermo. La sentenza è stata accolta con risentimento e livore da Marco Travaglio e dagli amici del Fatto. Ma è stata salutata dall’Unità, che pure ha ospitato negli ultimi mesi la voce di Antonio Ingroia in chiave moralistico-antiberlusconiana, con un articolo in prima pagina a firma di Giovanni Pellegrino: dove l’ex senatore diesse ed ex presidente della commissione parlamentare sulle stragi plaude chiaramente alla sconfitta dei giustizialisti.
E’ evidente che rimanere in prossimità dei petulanti vociferatori di non si sa quale rivoluzione morale e civile sarebbe solo una palla al piede per un Pd che si sente lanciato verso la vittoria. Tanto più che nessuno può sospettare Bersani di essere indifferente alla moralità della cosa pubblica: anche il segretario è convinto che si debba fare un po’ di pulizia, solo che crede che il compito spetti alla politica e non ad altri. Al più gli si può rimproverare di non essere stato lui a prendere l’iniziativa, di essersi fatto stanare dai fatti. Prima la pretesa della procura di Palermo che le intercettazioni del capo dello stato fossero considerate legittime. Poi le sculacciate di Scalfari a Zagrebelsky intervenuto a difesa dei procuratori. Solo allora il segretario è uscito da una lunga, confortevole ambiguità, cominciando con l’abbandonare al suo destino il manettaro principe nativo di Montenero di Bisaccia. Di suo ci ha messo la candidatura, tatticamente intelligente, di Pietro Grasso, del quale tutto si può dire ma non che si sia allineato sui riscrittori di storia di rito palermitano. Cosa sarebbe accaduto di buono in Italia se il Pd si fosse rimesso anni fa dalla sbornia giustizialista, avesse cambiato linguaggio e cultura, e magari in un meritevole sforzo pedagogico avesse riletto quei terribili anni 1993 e 1994?